Ti ho aspettata anch'io, da due anni come hai detto tu.
E la mia è la voglia di recuperare l'attesa. Di sentirmi corrodere colon e trachea e bruciare le tempie quando tu compari all'improvviso al semaforo e subito vedendomi inchiodi alla tua destra, io che sistemo gli occhiali e senza fartene accorgere mi sistemo la maglietta e i jeans.
E ci sei.
Quando delicata mi baci la pancia, quando appoggi la tua bocca e le tue parole sul mio collo.
Quando il silenzio non è silenzio ma è un flusso ininterrotto di denti stretti, di respiri lenti per trattenere la voglia che abbiamo di noi. Ma te ne vai. Me ne vado. E l'albero sotto cui eravamo rimane lì.
Tengo nella mia tasca le tue parole, il regalo più bello e quando mi viene voglia di piangere lo tiro fuori quel foglietto e ti stringo forte, come se fossi seduta sulle mie ginocchia a scrivere veloce quella frase senza farti vedere da nessuno. Ma io sì, io ti vedo. Ti vedo, ti parlo, ti osservo quando sei lontana, perchè quando sei stata qui labbra contro labbra, gli occhi, quelli in cui entri prepotentemente dentro e la voce, quella che lo sappiamo noi com'è: tutto scompare. All'improvviso sì, divento tua dentro di te.
Quando ho sentito le spalle forti, quando ho sentito le tue mani stringere. Accarezzare quella parte di me che ho sempre voluto dimostrare selvatica quando no. Non è così. E tu l'hai sentito. E prendendomi per la collottola mi hai portata lassù al vento. Nell'immobilità il tuo calore.
E il sole del primo di settembre si è trasformato nella nostra notte stellata. Inaspettata. Come noi insieme. Io non lo sapevo.
Non lo sapevo cosa si provava a sentirsi amate per un giorno.
Può sembrare stupido, ma non lo è, o forse sì, chissà: questioni private.
Distraendosi con una compilation estiva e le ultime definizioni verticali, quelle brevi. Un caffè shakerato ed immaginarsi il suo sapore dentro la bocca. Trattieniti. Trattieni tutto dentro. E poi se vuole, basta un ago per far esplodere il palloncino. Non avere paura, non sono coriandoli. Sono quello che sono, poi lo vedrai.
Alla fine, al di là di tutto. Di come è, di come è stato e di quello che.
Io sto bene.
Dal balcone osservo, appoggiando le braccia sulla ringhiera fredda arrugginita e nera, chi passa e chi va. C'è quell'uomo con pochi capelli rossi e la camicia a quadri sbottonata che si ferma per aprire la lattina di birra, all'angolo una piccola donna con un vestito nero che aspetta con i capelli al vento. Nessuno sa che io sono quassù. Sola, mi nascondo e mi riparo. Ho i brividi.
Tira un vento forte, ma le foglie degli alberi sono verdi come mai lo sono state qui.
Passa una bicicletta e aspiro lentamente. Come se potessi vedere il fumo passare attraverso il tabacco bruciato, il rosso incandescente e la cenere che si fondono e poi, strusciando dentro al filtro bianco compatto, arrivare ai miei denti, accarezzar la lingua e scivolare giù. Una ruvida boccata di pensieri e poi subito ecco che dal naso esce un respiro intenso. La gente che passa e il fumo che esce dalle mie labbra appena socchiuse, nel mentre dico parole che non ripeterò ma più ad alta voce. Ed è già notte, una notte di quelle che assorbe, dentro la quale escogitare piani e toccarsi l'addome. Poi ad un tratto decido: basta.
Planando da un terzo piano, spinta dal vento, il calore, il profumo, sbriciolarsi a terra senza avere il tempo nemmeno per un sussurro. Finire così. Scintille che esplodono sui mattoni grigi ed umidi. Un volo.
Ho gettato così l'ultima sigaretta del pacchetto, augurandomi la buonanotte.